Road to Saint Petersburg #11, Zenit-Juventus

La Juventus arriva alla partita di San Pietroburgo con grande fiducia: si gioca nello stadio della finale, ma non è la finale. La trasferta in Russia arriva nel momento ideale sia per i giocatori, che hanno dimostrato grandi progressi nelle ultime settimane, sia per Allegri, che è appena tornato single.

L’allenatore toscano lascia fuori Chiellini, tenendo conto della sua carta d’identità che dice 1984, ma schiera titolare De Sciglio, non tenendo conto della sua carta d’identità che dice Mattia De Sciglio. Lo Zenit invece si affida in avanti al gigante Dzyuba, nonostante la sua nota tendenza a giocare da solo.

I ritmi in avvio sono molto lenti, con le due squadre che cercano di lasciare l’iniziativa agli avversari, tanto che il calcio d’inizio viene battuto dopo più di un quarto d’ora di gioco.  Per tutto il primo tempo le occasioni sono pochissime e il più pericoloso è Bernardeschi: un suo scivolone porta Claudinho a una conclusione su cui Szczesny inventa la parata no look: finge di parare a sinistra, mentre para a destra.

La ripresa appare più interessante o quantomeno i giocatori sembrano vivi. La Juventus prende campo e McKennie sbaglia due buone occasioni, accecato dal suo nuovo ciuffo biondo. Man mano che passano i minuti inizia la girandola dei cambi e nello Zenit entra il Messi iraniano, Azmoun, ma la partita viene risolta nel finale dal Richie Cunningham svedese, grazie a un colpo di testa su cross di De Sciglio così perfetto da non aver bisogno nemmeno di un rimpallo su Kean per finire in rete.

La Juventus porta a casa la vittoria (il risultato non c’è nemmeno bisogno di dirlo) e prosegue il suo cammino quasi perfetto in Champions, sporcato solo dai due gol di troppo segnati al Malmö. Grande merito ad Allegri per aver dato compattezza alla squadra e rigenerato giocatori come De Sciglio, alla seconda buona prestazione consecutiva, nonché la seconda complessiva se contiamo gli anni in bianconero.

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